C’era una volta la stampa

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L’immagine che potete vedere qui sopra è un esempio molto chiaro delle difficoltà, prima dell’avvento della tecnologia digitale, che uno stampatore doveva affrontare per arrivare ad ottenere una bella stampa: sovraesposizioni e sottoesposizioni localizzate, ottenute mascherando o sovraesponendo le diverse aree dell’immagine, inquadrature per migliorare l’impatto generale, molti provini prima di affrontare la stampa completa; scelta del tipo di carta, che aveva un grado di contrasto diverso, uno spessore diverso, e una superficie specifica: poteva essere lucida, semilucida, oppure completamente opaca.  

La stampa diventava quasi un’icona del soggetto fotografato, paesaggio, ritratto o still-life che fosse. La qualità era sinonimo di attenzione e concentrazione, il fotografo e lo stampatore dovevano impegnarsi seriamente durante la ripresa e la stampa, per sopperire ai limiti di una tecnica complessa, ostica, instabile, dipendente da una buona manualità e dalla capacità di compensare, con sensibilità ed esperienza, l’imprecisione della chimica. Il fotografo lavora su una frazione di secondo, lo stampatore sulle ore, e la sintesi di queste “attenzioni”, di natura molto diversa, creano una fotografia di qualità. 

Oggi si fotografa tutto e di tutto, istintivamente. Pensare è ritenuto quasi un’errore, limita la “freschezza” del momento, la cosiddetta “spontaneità”, la “naturalezza”. Spero che tra qualche tempo i limiti di questa moda vengano a galla, e si ritorni a scattare meno e meglio. Forse anche un gesto a prima vista modesto come lo scattare una fotografia può contribuire a farci scendere o salire un gradino nella scala evolutiva delle nostre esistenze.

2 commenti su “C’era una volta la stampa

  1. Caro Max, il tuo acuto commento sulla stampa fotografica ci parla della decadenza della nostra sensibilità artistica, della forzata massificazione di certe operazioni, dell’instaurarsi della tirannia del vendere a tutti i costi e dell’instaurarsi del regno della quantità a discapito della “povera” qualità che, per inciso, pare essere diventato l’ostacolo alla comunicazione piuttosto che il veicolo della comunicazione. Appartenendo all’era in cui era indispensabile la stampa non posso che essere in accordo con la tua inconstentabile tristezza e frustrazione di fronte al panorama della fotografia attuale. Con stima ed affetto G.

  2. Ciao Max, è un bello ed una riflessione che in parte condivido, in parte non è cambiato nulla. Un conto è una foto professionale o semi professionale che oggi come allora va pensata, inquadrata, strutturata più o meno consapevolmente per esprimere un’emozione disegnata con la luce. Un’altra cosa è una foto ricordo, un volta fatta con la Polaroid o le macchinette usa e getta ora con il telefonino, che fa tutto tranne telefonare. Sono aumentate le possibilità e gli stolti che non comprendono quanta anima e bisogno di raccontarsi c’è in quel gesto innocente.
    Ci sarebbe molto da disquisire ma…

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