RICORDI DI UNO SMEMORATO

Ho iniziato a fotografare a diciott’anni, con una Pentax MX. Era un vero spasso andarsene in giro tutto il giorno, e puntare la macchina fotografica verso qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione: il mare, i gatti, i miei genitori, gli amici , le ragazze. Tutto era un pretesto per scattare, per scambiare una parola, per conoscere qualcuno. E poi la camera oscura: passare le notti ascoltando la radio, con la luce rossa, l’aria satura di vapori di idrochinone, acido acetico, fumo di sigaretta, la magia del’immagine che si formava lentamente sotto i miei occhi, distorta dal liquido ondeggiante, nella bacinella di sviluppo. Quando il sonno cominciava a farsi feroce accendevo la luce, ed ero circondato da rettangoli di carta gocciolanti. Fantastico. Accesa l’ultima sigaretta passavo ancora qualche minuto a valutare il mio lavoro, che giudicavo quasi sempre eccellente. Timido, ignorante e senza esperienza, non avevo alcuna certezza allora. L’unica cosa di cui mi fidavo era il mio istinto estetico, chiamiamolo così. Credo di essermi innamorato della fotografia per esercitarmi a parlare, a comunicare con gli altri. Se non si parla, si rischia di chiudersi in un mondo privato, molto simile ad un deserto, condannarsi ad una vita di solitudine. Allora non lo capivo, non ne ero consapevole come oggi, forse mi sono salvato sempre grazie al mio istinto, ad un intuizione del corpo, più che della mente.

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