Chi sono

CHI SONO

La fotografia è espressione di sé, ma non solo.
È il tentativo di rendere visibile il proprio mondo interiore, oppure quello che si vorrebbe fosse il proprio mondo.
Per me fotografare significa quasi denunciare la bellezza: portarla alla luce, metterla su un piano alto della vita. Non perché io sia un esteta, ma perché della bellezza facciamo parte. Siamo in simbiosi con lei. È ciò che spesso ci spinge ad alzarci dal letto ogni mattina, una fonte a cui attingere per curare la malinconia del vivere, un senso di identità che nella routine quotidiana tende a sfuggirci.
La bellezza ci dice chi siamo. Ci invita ad andare oltre ciò che appare come semplice superficie, banalità, ripetizione senza senso. Accettare questo mistero richiede coraggio, anche sapendo che non lo capiremo mai davvero fino in fondo.
Nel mio percorso ci sono stati alcuni autori fondamentali.
Il primo è Edward Weston. Aveva la capacità rara di fotografare l’anima dei suoi soggetti, pur affrontando temi molto diversi tra loro: nudi, ritratti, paesaggi, strutture industriali, nature morte di ortaggi o conchiglie. Tutto con una grande semplicità formale e una modernità sorprendente, se si pensa che lavorava nei primi decenni del Novecento. Le sue immagini sono inequivocabilmente fotografie, senza legami con gli stilemi pittorici ottocenteschi. Ciò che ho sempre amato in Weston è la sua visione organica, totale della realtà: fotografie che stanno insieme, che hanno coerenza, anche quando rappresentano soggetti apparentemente inconciliabili.
Il secondo è Irving Penn, un altro autore “totale”. È ricordato soprattutto per i suoi ritratti, ma è stato altrettanto innovativo negli still life, capaci di raccontare una storia in un solo istante. La sua impronta drammatica, il richiamo costante alla transitorietà, al disfacimento e alla morte non incontrano il gusto di tutti. Ma Penn era un grande artista, e il piacere o il dispiacere degli altri non era una sua preoccupazione.
Il terzo riferimento non è un fotografo, ma un pittore: Edward Hopper. Di lui amo l’uso della luce, la sua capacità di rappresentarla in modo quasi più efficace della fotografia stessa. I suoi quadri hanno una potenza rara, silenziosa, sospesa.
Potrei citare molti altri fotografi, pittori, scrittori e poeti, ma la lista sarebbe lunga e probabilmente superflua. Di questi tre, in particolare, amo la sincerità e l’onestà nell’esprimere le proprie emozioni, anche quando non sono gradevoli. Non sono autori che cercano l’applauso: privilegiano la libertà alla vanità.
Di me preferisco dire poco, lascio che siano le fotografie a parlare.
Parlare di sé ha spesso un sapore falso: è difficile vedersi con lucidità, a volte è impossibile. Preferisco usare un codice che non sia la parola, detta o scritta. Le fotografie nascono per essere mostrate, condivise, per comunicare qualcosa che le parole faticano a contenere. Non per restare chiuse in un cassetto.
In questo vedo una forte analogia con la musica: le fotografie sono come canzoni. Se sono buone, durano nel tempo.
Ed è questa, forse, la loro magia.