Ci sono incontri che non possiamo rimandare per sempre. Quello con noi stessi è uno di questi: necessario, ma tutt’altro che rassicurante.
Per fotografare gli altri e la realtà che ci circonda, non basta guardare. Bisogna anche chiedersi da dove nasce il nostro sguardo: che cosa ci attira, che cosa evitiamo, quali aspettative portiamo con noi quando alziamo la macchina fotografica. Ogni immagine, in qualche modo, parla anche di chi l’ha fatta.
Ma conoscersi davvero è difficile. Forse impossibile in modo definitivo. E se aspettassimo di aver capito tutto di noi prima di scattare, probabilmente non scatteremmo mai. Per questo non penso alla conoscenza di sé come a un traguardo da raggiungere prima di cominciare, ma come ad un incontro che ritorna, ogni volta diverso, anche attraverso la fotografia.
Nell’immagine di apertura due profili si fronteggiano. Si somigliano, eppure non coincidono.
Potrebbero essere due persone, oppure due parti della stessa persona: quella che osserva e quella che viene osservata. Il loro incontro è silenzioso, ma non pacifico. Guardarsi da vicino significa anche fare i conti con ciò che preferiremmo non vedere. Fotografare comincia proprio qui: non dalla certezza di sapere chi siamo, ma dalla disponibilità a sostare davanti a quella domanda, a scattare pur sapendo che il nostro sguardo è incompleto, e a lasciarci cambiare da ciò che incontriamo.


Non è facile trovarsi faccia a faccia ia con una persona che sta per scoprire quale era il suo volto prima di essere nato. Se capitasse a me forse non avrei voglia di sapere o forse non mi attribuisco la capacità di distinguere tra me e quello che penso di me. Forse, e non è un consiglio, bisognerebbe uccidere colui che ci guarda così intensamente, così da vicino. Forse il pericolo nell’uccidere “costui” é che uccideremmo una parte di noi stessi a cui siamo legati da un amore suicida. La parte vitale di noi stessi é un pozzo senza fondo che ci minaccia e ci attira. Io non do risposte, io non uccido, io non faccio domande, io osservo e dimentico. Come tutti aspetto senza sapere che cosa mi aspetta. So per certo che tutti andiamo là. C’è chi lo sa già e chi lo saprà solo domani e chi, recalcitrando, finge di non saperlo. g.