Con gli smartphone, ogni giorno nel mondo vengono scattate all’incirca 5 miliardi di fotografie. In poco più di dieci anni abbiamo trasformato lo scattare foto da atto occasionale, spesso eseguito esclusivamente in vacanza o in eventi importanti, in una delle attività quotidiane più massicce dell’umanità. Ma è improprio, errato, chiamare fotografie i puntini luminosi che formano un’immagine su uno schermo. Perdendo la sua fisicità -la stampa su carta, un costo proporzionato alla dimensione- l’immagine ha perso la sua caratteristica più evidente: quella di durare nel tempo, di essere presente nella realtà, nella vita delle persone, anche se chiusa in un cassetto o in un album.

Avere 10000 immagini in una memoria digitale sotto forma di segnali elettrici è come non averne nessuna. L’iperproduzione compulsiva di queste cosiddette “fotografie” ha ridotto ai minimi termini la capacità di scegliere, di selezionare i momenti che meritano di essere riconosciuti, ricordati. Fare fotografie rimane un potente veicolo per conoscere meglio noi stessi, riflettere sulle cose che ci circondano, sviluppare i nostri sensi, riflettere sul mistero del tempo.

Ma tutte queste potenzialità non esistono per chi impugna lo smartphone in ogni dove e in ogni momento, per fissare immagini da consumare e dimenticare nello spazio di una giornata, se non di un’ora o un minuto. Non credo che la situazione cambierà. Tecnica, insieme a sua sorella tecnologia, hanno conquistato il dominio assoluto, e chi se ne frega della ricerca di senso, gusto, bellezza e, permettete la parolaccia, cultura.


Sento il travaglio che tormenta la tua anima di fotografo. I cambiamenti che ci aspettano sono tali che non vi sarà più alcuno spazio per la memoria.