New York, anni ’60. Un uomo con una Leica al collo cammina tra la folla con la stessa intensità con cui altri corrono per salvarsi la vita. Scatta. Scatta ancora. Non guarda nemmeno nel mirino. Il suo nome è Garry Winogrand. E ha appena cambiato per sempre la storia della fotografia di strada.
Chi era Garry Winogrand
Nato a New York, nel quartiere Bronx, nel 1928 da una famiglia di immigrati ebrei europei, Winogrand inizia a studiare pittura al City College of New York, poi si avvicina alla fotografia quasi per caso, attraverso un corso alla Columbia University. Nella seconda metà degli anni ’50 comincia a girare per le strade di Manhattan con la sua Leica, e quello che produce è qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che si vede in quel momento, niente pose, niente attesa del momento buono. Solo immagini istantanee, rubate, intuite, scattate più con l’istinto che con la testa.
Lo stile: il caos come metodo
La fotografia di Winogrand sembra caotica, e in parte lo è, deliberatamente. Usa grandangoli spinti, spesso il 28mm, che deformano leggermente le prospettive e inglobano persone, oggetti contrasti e situazioni in un’unica immagine. Inclina la fotocamera, scatta dalla vita senza guardare nel mirino, lascia che il caso collabori con lui. Eppure nelle sue immagini c’è una tensione compositiva fortissima. Le figure si sfiorano, si ignorano, si incastrano in geometrie impreviste, lo sguardo viene catturato e poi rimbalzato da un angolo all’altro del fotogramma.
«Fotografo per vedere come appaiono le cose quando sono fotografate.»
— Garry Winogrand
Una delle citazioni più enigmatiche nella storia della fotografia. Non una filosofia elaborata, non un manifesto, solo la pura curiosità visiva di un uomo che non ha mai smesso di chiedersi cosa succede quando la luce incontra una pellicola.
I 12 rullini al giorno: la leggenda(?)
Eccola, la cifra che ha fatto il giro del mondo: 12 rullini al giorno, ovvero circa 432 scatti. Il numero esatto varia a seconda della fonte, ma quello che è certo è che Winogrand scattava in quantità industriali, con una frequenza che oggi definiremmo — non senza ironia — da content creator compulsivo. Quando morì, nel 1984, a soli 56 anni, lasciò dietro di sé un archivio mostruoso:
- Circa 300.000 fotogrammi non sviluppati
- Più di 2.500 rullini sviluppati ma mai guardati
- Decine di migliaia di contatti esaminati solo parzialmente
Il Museum of Modern Art di New York ci ha messo anni per catalogare e stampare quel materiale. Alcune delle sue fotografie più belle — e più discusse — sono venute alla luce solo dopo la sua morte. Come si interpreta questa produzione ossessiva? In molti ci hanno visto il segnale di una dipendenza quasi patologica dallo scatto, un uomo incapace di fermarsi. Altri, più generosi, vi leggono l’approccio di un artista convinto che il volume sia parte integrante del metodo, che solo scattando abbastanza si riesce a catturare qualcosa di vero.
Le serie fondamentali
The Animals (1969)
Forse il suo libro più famoso. Winogrand porta la sua Leica allo zoo e fotografa le persone davanti alle gabbie degli animali. Il risultato è inquietante e divertente allo stesso tempo: chi osserva chi? Le somiglianze tra gli uni e gli altri sono evidenti, spietate, e raccontate senza alcuna didascalia moralistica.
Women Are Beautiful (1975)
Centinaia di ritratti di donne per strada, colte in un attimo di libertà o di inconsapevolezza. Il libro ha suscitato polemiche sin dall’uscita: c’è chi lo ha accusato di essere voyeuristico o maschilista, chi lo ha difeso come una celebrazione genuina della bellezza urbana. La discussione continua ancora oggi, il che è già di per sé un risultato.
Public Relations (1977)
Eventi pubblici, conferenze stampa, manifestazioni: Winogrand documenta l’America degli anni ’60 e ’70 nella sua dimensione più spettacolare e grottesca. È qui che il suo occhio critico verso i media e la spettacolarizzazione della vita pubblica si fa più tagliente.
Stock Photographs: The Fort Worth Fat Stock Show and Rodeo (1980)
Meno conosciuto, ma altrettanto potente: il Texas dei rodeo, delle fiere del bestiame, delle facce bruciate dal sole. Un’America provinciale e fieramente sé stessa, fotografata con lo stesso rispetto e la stessa ironia riservata a Manhattan.
L’influenza sulla street photography contemporanea
È quasi impossibile parlare di fotografia di strada contemporanea senza passare da Winogrand. Il suo approccio — reattivo, fisico, senza distanza emotiva dalla scena — ha segnato generazioni di fotografi, da quelli che lo hanno conosciuto di persona a quelli che lo scoprono oggi su Instagram cercando ispirazione con l’hashtag #streetphotography. In un’epoca in cui tutti fotografano tutto, tutto il tempo, con dispositivi sempre in tasca, la questione del volume contro qualità che Winogrand ha incarnato in modo così estremo torna di grandissima attualità. La differenza, ovviamente, è che lui non pubblicava nulla in tempo reale. Non c’erano Stories, non c’erano feed da riempire. C’era solo la pellicola, il buio della camera oscura, e la lenta sedimentazione del giudizio. Se non potete fare un salto al Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona a Tucson dove si trova il suo archivio, date un’occhiata a questo breve video (in inglese), dove Garry Winogrand in persona illustra il suo approccio al fotografare. Le sue immagini sono protette da copyright, per questo motivo non posso pubblicarle direttamente, ma copio qui l’indirizzo della pagina che il Museum of Modern Art di New York gli ha dedicato:
Italo Calvino: una lezione che vale ancora oggi
In un mondo in cui la fotografia è diventata uno dei gesti più quotidiani e automatici dell’esistenza umana — dove uno smartphone scatta una foto migliore della Leica di Winogrand in termini puramente tecnici — la lezione di questo fotografo bizzarro, ossessivo e geniale suona stranamente moderna. E forse nessuno l’ha descritta meglio di Italo Calvino, che già negli anni cinquanta, ben prima dei social network, ben prima delle Stories e dei reel, aveva capito dove portava quella strada. Nel racconto L’avventura di un fotografo, contenuto nella raccolta Gli amori difficili, il protagonista Antonino Paraggi inizia come critico ironico dei fotografi compulsivi e finisce per diventare il più ossessivo di tutti. La trappola è descritta con chirurgica precisione:
«Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto. E che quindi per vivere bisogna davvero fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.»
— Italo Calvino, L’avventura di un fotografo (Gli amori difficili, 1970)
Winogrand non avrebbe potuto dirlo meglio, ammesso che si fosse mai fermato abbastanza a lungo per farlo. In lui la logica di Calvino diventa carne e pellicola: ogni momento è fotografabile, ogni strada è una scena, ogni sconosciuto è un soggetto che esiste pienamente solo nel momento in cui viene catturato dall’obiettivo. Il resto, come scrive Calvino, anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo. La differenza sottile — e forse cruciale — tra il protagonista del racconto e il fotografo del Bronx è che Winogrand non cercava di possedere la realtà attraverso lo scatto. La voleva capire, scrutare, smontare. E rimontare in qualcosa di nuovo ogni volta che l’otturatore scattava. Scatta per capire cosa vedi, non per mostrare quello che sai già. Non c’è filtro, non c’è algoritmo, non c’è trend che possa sostituire quella curiosità brutale e instancabile verso il mondo che respira fuori dalla finestra. Garry Winogrand non ha mai smesso di guardare, nemmeno quando aveva già più fotografie di quante avrebbe potuto guardare in una vita intera.

