Le fotografie che abbiamo già dentro

Palme al tramonto, fotografia in bianco e nero

Uno dei consigli più comuni che si danno a chi si avvicina alla fotografia è questo: guarda più immagini, studia gli autori, fai pratica, compra un buon obiettivo, esci a fotografare. Sono tutti consigli utili, eppure, col tempo, ho iniziato a sospettare che esista una cosa ancora più importante: imparare a fare silenzio. Le fotografie che realizziamo non arrivano dal nulla. In un certo senso le abbiamo già dentro di noi, esistono come intuizioni, sensibilità, attrazioni misteriose verso certe persone, certe luci, certi gesti, certi luoghi. Il problema non è inventarle, è riuscire ad ascoltarle. Viviamo immersi in un rumore continuo. Non parlo soltanto del rumore delle città o dei telefoni, ma soprattutto di quello che abbiamo nella testa. Pensieri che si accavallano, preoccupazioni, desideri, confronti con gli altri, programmi per il futuro, rimpianti per il passato. In mezzo a tutto questo è difficile vedere. Spesso usciamo a fotografare con l’idea di dover trovare qualcosa, camminiamo cercando immagini come cercassimo un oggetto smarrito.

Giardino esotico, visione con statua e palma, fotografia in bianco e nero.

Ma più le inseguiamo, più sembrano allontanarsi. Poi accade qualcosa di semplice: dormiamo bene dopo giorni di stanchezza, ci sediamo da soli su una panchina, restiamo qualche minuto a guardare le persone che passano, oppure osserviamo la luce che entra da una finestra senza alcuna intenzione particolare. E all’improvviso torniamo a vedere. Non è successo niente di straordinario, il mondo è lo stesso di prima, è cambiato il nostro stato d’animo. Molti grandi fotografi sembrano aver compreso questa verità. Guardando le fotografie di Edward Weston si ha spesso l’impressione che non stia cercando effetti speciali, ma che stia semplicemente osservando. Un peperone, una conchiglia, una duna di sabbia diventano immagini memorabili perché sono state guardate con un’attenzione assoluta. Anche Irving Penn possedeva questa capacità rara. Nei suoi ritratti e nelle sue nature morte non c’è mai confusione, ogni elemento sembra essere arrivato al posto giusto dopo aver eliminato tutto il superfluo. E forse per questo molti fotografi amano anche Edward Hopper, pur non essendo un fotografo. Nei suoi dipinti c’è spesso una quiete particolare, uno spazio mentale in cui le cose possono finalmente mostrarsi per quello che sono.

Primo piano di una fontana, scultura di un viso con acqua che esce dalla bocca, fotografia in bianco e nero

Credo che chi inizia a fotografare oggi abbia un problema diverso rispetto alle generazioni precedenti, non gli manca l’accesso alle immagini, ne ha troppe. Ogni giorno ne scorrono migliaia davanti ai suoi occhi, il rischio non è la mancanza di ispirazione, ma l’eccesso di stimoli. Per questo motivo il silenzio è diventato una pratica fotografica, non serve andare in un monastero o vivere lontano dal mondo. A volte bastano dieci minuti senza fare nulla. Senza musica, senza schermi, senza l’obbligo di produrre immagini, solo guardare. Perché le fotografie più importanti non nascono quando cerchiamo disperatamente qualcosa da dire, nascono quando troviamo lo spazio per accoglierle dentro di noi.