80 secondi

Folla di persone che fotografa in un museo con gli smartphones.

Il paradosso della fotografia nell’era dell’abbondanza visiva

Facciamo un esperimento mentale. Immaginiamo una mostra fotografica di 10.000 immagini. Un progetto assurdo, enorme, una vita di lavoro, un catalogo enciclopedico del reale. Ora prendiamo una calcolatrice e moltiplichiamo il numero di fotografie per il tempo medio di esposizione di uno scatto — diciamo 1/125 di secondo, un valore classico per la luce diurna. Il risultato è 80 secondi. Un minuto e venti. Questo è il tempo totale in cui l’otturatore è rimasto aperto per produrre quell’intera mostra. Il tempo in cui la luce ha effettivamente toccato il sensore. Tutto il resto — le attese, le ricerche, le intuizioni, i viaggi, le ore di editing, i kilometri percorsi, — non è fotografia in senso tecnico, è il contorno.

Il medium che vive di contraddizioni

La fotografia nasce con un paradosso incorporato, è un’arte che pretende di fermare il tempo, ma lo fa consumandone una frazione infinitesimale. Cattura il reale, ma lo trasforma in qualcosa di filtrato, di interpretato. Promette la memoria, ma produce un archivio che nessuno riuscirà mai a scorrere fino in fondo. Henri Cartier-Bresson parlava dell’instant décisif, l’istante decisivo: quel momento irripetibile in cui forma, contenuto e significato coincidono in una frazione di secondo. Era una poetica, un’etica, quasi una disciplina spirituale. Oggi quell’istante è diventato un meme. Scattiamo centinaia di fotografie per avere la certezza di averne una buona — e spesso non guardiamo nemmeno le altre novantanove.

L’archivio impossibile

Telefonini intasati di fotografie, cloud pieni, backup automatici, piani di abbonamento a vita, Preferiti e Raccolte che nessuno guarderà mai. Migliaia di immagini che esistono in uno stato quantistico di presenza-assenza: ci sono, ma non le guardiamo; le conserviamo, ma non le ricordiamo; le produciamo, ma non le viviamo. Il problema non è tecnologico, è cognitivo. Il nostro cervello non è attrezzato per elaborare emotivamente migliaia di immagini, non è una questione di attenzione o di disciplina, è una questione di biologia. Siamo abituati a ricordare volti, luoghi, stagioni, non a gestire database visivi da centomila voci. E allora cosa succede? Che il medium si svuota, la fotografia perde la sua funzione originaria: fissare ciò che conta, costruire una memoria condivisa, trasmettere un’emozione, e diventa produzione compulsiva. Scattiamo non per ricordare, ma per l’atto di scattare, l’immagine è il gesto, non il risultato.

Nessuno guarda più niente

Quante fotografie siete disposti a guardare in una sola sessione con attenzione vera? Venti? Trenta? Cinquanta, se siete particolarmente pazienti? Persino una mostra fisica, con le opere appese, con la luce studiata, il silenzio, una esposizione sapiente, fatica a mantenere l’attenzione dello spettatore oltre un certo numero di immagini. Online è peggio, lo sappiamo bene. La logica dello scrolling non favorisce la contemplazione, favorisce il consumo. Un’immagine dopo l’altra, in un flusso continuo che azzera il peso specifico di ogni singolo scatto. La fotografia di un tramonto vale quanto la fotografia di un funerale, se entrambe durano uno o due secondi nel feed. Siamo quindi arrivati a un punto in cui produrre fotografie non produce necessariamente memoria, esperienza o emozione condivisa, produce, al limite, contenuto.

Una sfida evolutiva, non una soluzione tecnica

Non c’è un’app che risolva questo problema, non c’è un algoritmo di selezione automatica che possa restituire alla fotografia il suo senso. La risposta, se c’è, è culturale e personale.  Scattare consapevolmente, fermarsi un secondo prima di alzare il telefono e chiedersi perché sto fotografando significa accettare che non tutto merita di essere documentato e che non documentare qualcosa non lo cancella dall’esistenza o dalla memoria. Fare editing, non nel senso di applicare filtri, ma nel significato originale del termine: scegliere, selezionare, eliminare, buttare via il ridondante, tenere ciò che ha ancora senso a distanza di un mese, di un anno. E stampare. Sì, stampare. C’è qualcosa di quasi sovversivo, nell’epoca del cloud infinito, nel decidere che certe fotografie meritano di esistere su carta, di occupare uno spazio fisico, di essere sfogliate, appese, incorniciate. Potrebbe essere il modo giusto per riprendere, almeno in parte, il controllo della nostra attenzione e della nostra memoria.

Un commento su “80 secondi”

  1. Sono molto triste per la morte della fotografia così come la intendevo, ma tutto passa e l’attaccamento e’ una brutta bestia. Quindi guardiamo avanti e speriamo che la macchina fotografica sia stata solo uno dei gradini della Conoscenza e che molti altri, forse molto diversi, siano in attesa per aiutarci a conoscere
    meglio il mistero del Samsara (apparenza).

I commenti sono chiusi.