Quello che non vedevo

Autoritratto con una mano davanti agli occhi

C’è una cosa che mi ha colpito con una semplicità quasi imbarazzante: ho capito, forse troppo tardi, che la fotografia è prima di tutto relazione. Relazione con gli altri, con il mondo intorno a me, con la realtà e, inevitabilmente, relazione con me stesso. La domanda che continuo a farmi è: com’è possibile non averlo visto prima? Com’è possibile essere stati così vicini a qualcosa di così evidente senza accorgersene?
Le cose più ovvie, le più fondamentali, sono spesso le più difficili da vedere, non perché siano nascoste, ma perché sono ovunque. Ci siamo immersi dentro continuamente, al punto da non distinguerle più. Per molto tempo ho vissuto la fotografia come un fatto tecnico: esposizione, composizione, messa a fuoco, attrezzatura. Tutto giusto, tutto necessario, ma anche tutto, in un certo senso, rassicurante. La tecnica è chiara, misurabile, ti dà l’illusione di controllo, la relazione no, la relazione è instabile, imprevedibile, a volte scomoda, non si lascia governare fino in fondo, ti costringe a metterti in gioco. E forse è proprio questo il motivo per cui è così facile non vederla: perché finché resti sul piano tecnico puoi sempre attribuire a qualcosa di esterno ciò che non funziona — la luce, il tempo, le condizioni, l’attrezzatura. Ma nel momento in cui inizi a vedere la fotografia come relazione questo alibi cade.

Se uno scatto non funziona, devi iniziare a chiederti cosa è successo — o cosa non è successo — tra me e ciò che avevo davanti. È una domanda molto più scomoda, ma è anche l’unica davvero interessante. Non significa buttare via la tecnica, tutt’altro: significa rimetterla al suo posto, uno strumento, non il centro. Perché la fotografia non nasce quando tutto è perfetto dal punto di vista tecnico, nasce quando accade qualcosa, anche piccolo, anche imperfetto: uno sguardo che cambia, un momento di esitazione, un gesto che non avevi previsto. Qualcosa che esiste solo perché, in quel preciso istante, tu eri lì e, in qualche modo, eri in relazione con ciò che stavi guardando. Forse il vero passaggio per chi fotografa è proprio questo: smettere di cercare immagini e iniziare a cercare relazioni. Le immagini, semmai, arrivano dopo.

2 commenti su “Quello che non vedevo”

  1. Max sei un mito bellissimo discorso è bellissimo, sono stati anni di grandi cambiamenti, ma lasciami dire una cosa in tuo favore tu per me hai sempre colto l’essenza nelle foto ❤️

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